Guido Giannini mostra “Nulla di personale”

In questi giorni ho avuto il piacere di conoscere Guido Giannini, un vero fotoreporter per vocazione che vive per la Fotografia e non di fotografia.
Ci sono tanti fotografi che raccontano nulla, che fanno tantissime belle foto che puoi giusto trovare in una timeline di qualche social o messa lì in una slide per qualche like e che in fondo lasciano ben poco, al massimo una semplicissima ed effimera affermazione di sconsacrato stupore. Quello che noi vediamo di fotografia oggi è spesso solo e puro marketing. La Fotografia, invece, è una cosa seria è uno strumento potente che può dare le stesse emozioni di un libro, di un film, di uno spettacolo, di un quadro. La Fotografia celebra l’incontro non il fotografo.
Il fotografo è un testimone prescelto per raccontare qualcosa che comunque sarebbe accaduto, anche senza di lui.
Guardando le foto di Guido, che non espone in maniera superficiale il suo microcosmo, mi rendo conto che ogni suo scatto è una narrazione epica, ogni suo soggetto è un eroe contemporaneo, rivoluzionario, che c’è e vuole esserci anche se la realtà cerca di soggiogarlo. Ogni suo scatto celebra un sopravvissuto e la sua capacità di resistere al mondo, proprio come avviene con Brecht nel suo teatro epico. Il fruitore delle sue foto diventa soggetto attivo perché deve comprendere ciò che è. Chi ci parla è prima di tutto un anarchico, non un piccolo borghese che si vuol fregiare del titolo di Maestro, è un semplice fotografo, uno che racconta veramente le cose con una poco sottile vena grottesca, con una “smisurata preghiera”, è un autore, uno che ama il mondo in cui vive. Una grande persona da conoscere.

Cosa dice Smargiassi di lui http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2014/06/18/lanarchico-che-ha-messo-a-fuoco-napoli/
Seguitelo su Facebook https://www.facebook.com/guido.giannini.9

Detto questo, faccio seguire il testo che ho scritto per la sua mostra “Nulla di personale” che potete visitare ancora il 7,8,9 luglio dalle 18.00 alle 21.00 presso lo spazio espositivo della Cantina Simone Giacomo in via Curtole a Castelvenere (BN).

 

NULLA DI PERSONALE

Fotografie di Guido Giannini

Guido Giannini è nato nel 1930 a Napoli, dove vive e lavora. Inizia a fotografare alla fine degli anni ’50. Da subito si è distinto per le sue immagini e le sue fotografie sono state pubblicate su diversi giornali e riviste nazionali quali Il Mondo, la Repubblica, l’Unità, il Manifesto e altre testate e ha tenuto diverse mostre personali e collettive su tutto il territorio nazionale.

«Io sono un fotoreporter, ci sono luoghi, aspetti della realtà che mi stimolano, mi fanno nascere il bisogno di fermarli, e di raccontarli, magari denunciarli. La mia prima foto venne pubblicata da “Il Mondo” diretto da Pannunzio, era il 19 dicembre del 1961. Avevo già trentuno anni. Era l’immagine di una donna anziana che suonava il violino davanti alle vetrine della Rinascente di Napoli. Era vestita tutta di nero, con un borsone vuoto che le pendeva dal braccio che sosteneva il violino».

Quella foto assieme ad altri nove racconti di Napoli è esposta in questa mostra che non ha nulla di personale col fotografo se non il fatto dell’essere presente nel momento giusto, dell’essere testimone, di aver raccontato un pezzo della città in cui vive e che vive anche senza di lui.

Molte volte si pensa al fotografo come qualcuno che si ostina a cercare lo scatto magari aspettando per ore il momento giusto nello scenario scelto. Non è proprio così, le cose avvengono e di certo non grazie a noi: il fotografo è il prescelto, dal tempo o dalla Fotografia, a dover raccontare qualcosa che è stato creato in quel momento e che comunque sarebbe accaduto; Giannini è un vero profeta dell’ordine quasi religioso dei fotoreporter.

Poi oltre al fatto che Giannini è un bravissimo fotoreporter e che il tempo gioca a suo favore, c’è il racconto: nulla di personale ma non è proprio così. In questi dieci bianco e neri c’è l’uomo, al di là e al di qua del mirino. C’è la contemplazione della realtà bella (il caos delle stradine di Napoli, la suora e la pescivendola con in evidenza la testa di pesce spada mutilata e appoggiata su una pietra), meravigliosa per le sue forme (la sedia, il mare e il Vesuvio innevato, opere nell’opera), a volte grottesca (il clochard e il suo posto letto all’hotel), con le sue mille sfaccettature, com’è mamma Napoli, la sua passione (la crocifissione quotidiana che si contrappone al redentore di Rio).

C’è per il suo microcosmo l’amore, fortemente passionale, anarchico che rende “PROTAGONISTA” l’ultimo o per meglio dire il primo: l’uomo rivoluzionario che vive se stesso a pieno nella sua condizione spesso disperata (si rivela con tutta la sua dignità, statuario, c’è e vuole esserci). In questo microcosmo, forse involontariamente, riesce a diventare rivoluzionario persino il prete, dall’aspetto conservatore, mentre passeggia ed espia con preghiera la sue colpe cercando di esorcizzare la condanna che gli viene augurata.

Flavio Romualdo Garofano

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